Mario Brancaccio
Lucia Cinquegrana
Rosa Merlino
Paola Saribas

La fabbrica degli
ANGELI SENZA TEMPO

Prima Nazionale

drammaturgia
Brancaccio/Gatti

regia e coreografia
Aurelio Gatti

musica
Antonio Porpora

Produzione
Mda Produzioni Danza

Nel ‘600 Napoli era la città più grande e popolata d’Europa e “faceva” musica, tanta musica.
Tra il Seicento e Settecento la gerarchia sociale poneva i musicisti al livello dei servi, costretti a lavorare per un tozzo di pane.
A Napoli e in Italia, la maggior parte della gente viveva in stato di semischiavitù, assoggettata a gente straniera. Gli apprendisti delle botteghe musicali, come per l’arte figurativa, erano spesso gli autori reali delle musiche, mentre i compositori di successo, incaricati
dai potenti di turno, supervisionavano il lavoro e questo spiega come un compositore riuscisse a comporre in poche settimane una mole immensa di musica. I copisti professionisti mettevano assieme opere con pezzi diversi, traendo temi e brani da materiale preesistente.
Questo situazione era diffusa in tutta Europa e come non c’erano geni in Italia, così non c’erano geni neppure in
Europa… C’erano solo bravi artigiani e validi Maestri di bottega. L’idea del genio è tutta romantica.
Nel Settecento è del tutto fuori luogo, mentre nell’Ottocento è frutto di fantasia.
Questo il contesto da cui si è partiti per la messa in scena di
“La fabbrica degli ANGELI SENZA TEMPO”.
Ci si è concentrati sul Barocco come tempo storico, come condizione esistenziale di un’ epoca che pone alla base una asimmetria fra tempo del mondo e tempo vissuto, tra il vuoto di
prospettiva e l’attesa dell’occasione per il riscatto. Un tempo in cui l’idea di autonomia e di libertà è mortificata e in cui l’imperativo è trovare le forme, i modi, la lingua, per convivere con un potere
che rende gli spazi di azione sempre più esigui e dove dunque è cruciale dotarsi di un codice espressivo e di comportamento che consenta di «salvarsi».
Un momento storico attraversato da inquietudini e contraddizioni potenti con eccessi in tutti i campi, da quello artistico a quello
scientifico, come nella vita sociale e quotidiana, determinando un diffuso senso di relativismo, di precarietà , di caducità, di morte.
Così Il fenomeno degli “evirati cantori” e tutto il mondo della castratio euphonica, aspetto singolare della scuola operistica napoletana, non può prescindere dalla sua epoca, in cui sacro e profano sconfinano nell’immaginario e curiosità, seduzione, sperimentazione diventano la miscela di una ricerca “vorace” di riscatto.
Il riscatto è il tema di questo danza teatro, attraverso la musica e le visioni dell’ormai vecchio
maestro di musica Nicola Antonio Porpora, ennesimo protagonista dei fasti e dell’oblio di un’epoca tanto straordinaria quanto indifferente ai suoi numerosi artefici.
Nicola Antonio Porpora ( Napoli 1686 – 1768)
Fu uno dei principali rappresentanti della scuola operistica napoletana, un compositore all’avanguardia che
contribuì allo sviluppo del dramma per musica negli anni tra il 1720 e il 1730. Fu anche insegnante presso i conservatori napoletani di Loreto e di Sant’Onofrio, tra i più apprezzati del suo tempo e i suoi metodi didattici furono famosi fino al XIX secolo. Come autore di musica vocale e come Maestro di canto, Porpora coltivò
uno stile elegante, che richiede un’articolazione chiara e distinta e il più alto livello di precisione e fluidità.
Tra gli allievi di Porpora ci furono cantanti la cui fama è giunta fino a noi: primo tra tutti il re degli “evirati cantori”, Carlo Broschi detto Farinelli, Gaetano Majorano detto Caffarelli, Hubert detto il Porporino, Salimbeni, la Molteni e molti altri che furono i più grandi cantanti del secolo.

Biglietti

Posto unico 12 euro | ridotto 10 euro

Prezzi al netto dei diritti di prevendita